Costa Concordia: dopo il clamore, la verità?

Sono più volte intervenuto in alcune discussioni nei vari social network per affermare che, secondo me, tutto quello che stavano dicendo sul capitano Schettino, con relativa colpevolizzazione assoluta, non poteva essere, a rigor di logica, la verità, o quantomeno l’unica verità.

Premetto che non ritengo Schettino innocente, credo che un capitano, secondo solo a Dio in una nave in navigazione, abbia sempre e comunque delle responsabilità. Quali poi siano effettivamente, lascio che sia la giustizia, all’esame dei fatti veramente accaduti, ad appurarlo.

Quello che però non ritengo possibile è che nessuno sapesse nulla né della variazione di rotta né delle consuetini di questi inchini. Queste navi hanno livelli di tecnologia altissimi, non può accadere che una nave del genere esca di rotta, in un’area così frequentata, senza che nessuno si accorga. Aggiungo, un capitano che ha da 11 anni la fiducia assoluta della Costa, non è improvvisamente diventato un imbecille donnaiolo che porta una nave di 4200 persone al suicidio.
Inoltre un evento del genere ha delle conseguenze enormi sia in termini di danno economico sia in termini di danno di immagine per la compagnia e certamente Costa ha fatto e farà di tutto per minimizzzarle, incluso infangare e colpevolizzare al massimo il capitano.

La logica mi dice che la verità potrebbe essere che il capitano potrebbe avere informato la compagnia dopo aver fatto un fuori rotta “concordato” per motivi di diletto dei passeggeri, la compagnia, compreso il danno, ha chiesto il silenzio per gestire l’evento. Ha poi chiesto di portare la nave verso la costa del Giglio, facendola incagliare nel punto dove è ora. Se la nave fosse rimasta verticale avrebbero sbarcato tutti i passeggeri facendolo passare come scalo tecnico e non come naufragio. Poco danno economico, nessun danno di immagine.
Fantasie… mah, è successo altre volte in altre crociere (più di qualche volta navi da crociera si sono incagliate senza che nessuna notizia apparisse sui giornali), è sempre andata bene, quindi nessuna notizia.
Questa volta è andata male.

Fantasie… chi è del settore sa che, nonostante qualche mia imprecisione, la verità non è distante. Poi leggo questo articolo… chissà, forse alla fine ho indovinato!

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Management e Knowledge Workers

Negli ultimi anni l’intera società occidentale ha subito un importante cambiamento e purtroppo molti manager e imprenditori (e ad onor del vero anche molti lavoratori) non lo hanno ancora realizzato.
Fino a qualche decina di anni fa il lavoratore tipico era l’operaio, il contadino, l’artigiano: in sostanza persone che valevano principalmente per le loro capacità di lavoro fisico. Nel tempo, con l’informatizzazione del lavoro, ci si è sempre più spostati verso ruoli impiegatizi per arrivare, proprio ora, in questi anni, ad avere come maggioranza quelli che vengono chiamati i knowledge workers, lavoratori cioè che valgono per le conoscenze (e quindi le capacità produttive) che hanno. Di fatto sono la nuova classe operaia, dato che l’offerta di knowledge worker è attualmente la maggiore nel mercato del lavoro ed in buona parte inflazionata.

Tuttavia il mondo del lavoro non è ancora preparato a questa tipologia di lavoratori, la cultura dominante del management è spesso ancora legata al modello industriale produttivo e non alla società della conoscenza.

Gestire il lavoro manuale ha un rapporto diretto con la produttività, il lavoratore non è chiamato a creare nulla, anzi è chiamato ad eseguire alla perfezione la medesima attività. Uno stile di management impositivo, normalmente più rapido e che non richiede riconoscimenti particolari al lavoratore, è sempre stato sufficiente a garantire la produttività e quindi la sopravvivenza dell’azienda.

Gestire un knowledge worker è tutt’altra questione: la sua produttività non è data dalla esecuzione continua della stessa attività, anzi spesso è chiamato a “metterci del suo”, creare in qualche modo il risultato del proprio lavoro. Questo cambia completamente lo stile di gestione: il modello impositivo non funziona più, la creatività non si può ottenere per imposizione e ci si è quindi spostati verso un modello più motivazionale, cioè basato sullo stimolo, sul convincimento della persona.
Tale modello è stato finora legato, quasi come un’eguaglianza, al risultato economico, avendo in mente un modello di società a crescita infinita. Il risultato economico era raggiungibile e quindi motivante.

La nuova società che si sta creando ha distrutto l’idea di società a crescita infinita mandando di conseguenza in crisi il modello motivazionale basato sull’incentivo economico: il risultato è sempre più difficile da raggiungere e l’incentivo più esiguo, ne consegue che spesso il knowledge worker non lo considera più motivante, perdendo quindi la spinta al risultato e di conseguenza la produttività.

Imprenditori e manager sono però impreparati a questo nuovo scenario: loro stessi sono spesso legati a modelli esclusivamente basati sulla crescita e a incentivi legati principalmente al lato economico. Quello che invece comincia ad essere richiesto è un modello basato sul benessere (o Work-Life Balance), in cui il lato economico è importante quanto il benessere di vita del lavoratore.
Il famoso modello di lavoro “per obiettivi” si presenta come ideale quindi, se non fosse che spesso gli obiettivi ricadono nel modello obsoleto di crescita economica pura o il management non è in grado di offrire l’effettiva libertà al lavoratore di gestirsi valutandolo solo in sede di obiettivi.
A onor del vero spesso anche il lavoratore non è ancora preparato a offrirsi come detentore di conoscenza, legando la propria attività ai risultati condivisi piuttosto che alla sicurezza del posto fisso e gli incentivi derivanti. Certamente la mancanza di visione comune sugli obiettivi attesi e raggiungibili non favorisce questo avvicinamento.

Credo che questa nuova normalità ci obbligherà sempre più ad affrontare questo nuovo stile di gestione dei lavoratori e le aziende che riusciranno a cogliere la sfida della nuova economia saranno quelle che maggiormente riusciranno a mettere a punto un modello di management più adeguato ai knowledge worker post capitalismo.

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We want you!

Un annuncio simbolo di questa Italia:

La motivazione principale per lavorare in XXXX non è quella economica, ma quella di voler intraprendere un’esperienza lavorativa stimolante sia a livello professionale che umano.

Grande: ti paghiamo da fame, ma vuoi mettere l’esperienza!

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Di Berlusconi, di Monti e degli italiani

Anche il cambio di Primo Ministro si è dimostrata una vicenda tipicamente italiana.

Berlusconi si è dimesso, penso nessuno possa obiettare che come minimo ha deluso. In questi ultimi 3 anni, in particolare, è stato estraneo alla sua stessa carica. All’annuncio ci sono stati (e ci sono ancora) festeggiamenti di piazza.
Ridicoli. Berlusconi non ha fatto colpi di stato, è stato eletto con i voti degli italiani, probabilmente alcuni di quelli che ora festeggiano. Non è una vittoria, è una sconfitta cocente, della politica e degli italiani.

Certo il governo andava cambiato, ma non è stato un risultato democratico, di un parlamento che si è assunto delle responsabilità ed ha agito per il bene del paese.
Il governo andava cambiato, ma il Parlamento si è dìmostrato incapace e inetto. Inutile.

Napolitano ha preso l’Italia in mano, a dimostrazione che, al contrario di quanto molti sostengono da anni, il Presidente della Repubblica, se vuole, può incidere molto sull’andamento dell’Italia e della politica.

Il candidato è Monti. Monti non è il salvatore dell’umanità, è un vecchio proveniente dallo stesso sistema politico attuale (anche se non è un vero e proprio politico) e dalla lobby degli economisti e banchieri milanesi. Sarà appoggiato solo perchè dovrà spremere gli italiani per trovare una soluzione alla situazione disastrosa dell’Italia. E sono certo, non sarà il grande giustiziere che tutti si aspettano. Monti non deve nulla a nessuno, non è stato eletto. Avrà ampi margini e sostegno perchè quello che farà non inguaierà la politica, potrà prendere provvedimenti senza responsabilizzare la politica.

Ma i veri perdenti in questa situazione sono gli italiani. Hanno perso l’opportunità di usare la democrazia in maniera intelligente e matura, hanno perso la capacità di scegliere le persone giuste, l’intelligenza di puntare ad un risultato come nazione anziché perdersi nella faziosità delle risse.

Non c’erano alternative per salvare l’Italia: gli italiani e il parlamento da loro espresso non sono stati capaci.

P.S. Proprio in questo momento stanno annunciando i “tecnici” che probabilmente faranno parte del governo: sempre gli stessi nomi, sempre gli stessi vecchi. Sempre quelli che finora ci hanno portato agli stessi debiti e a questa Italia.
Veramente Monti cambierà qualcosa? O semplicemente ci spremerà?

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Preparare un colloquio di lavoro

Tra le varie discussioni che frequento su LinkedIn, il social network professionale più ampio, ho trovato questo elenco di punti, pubblicato da Mario Sassi, un HR Manager di grande esperienza. Ve lo propongo, sperando che possa essere utile a tutti.

1) Preparate il bilancio delle attività dell’anno trascorso possibilmente con numeri, obiettivi raggiunti e fatti principali. Una presentazione completa.
2) Affrontate voi stessi, senza paure, gli eventuali insuccessi o obiettivi mancati così da poter gestire il confronto su di un terreno scelto da voi.
3) Evitate di scaricare le responsabilità che dipendono dal vostro lavoro. Anche se pensate non siano colpa vostra. Meglio fare riferimento alle difficoltà del contesto o alla mancanza di mezzi a disposizione.
4) Se siete costretti a presentare dati negativi, controbilanciateli con altri positivi magari su altri progetti.
5) Non esitate nel presentare le vostre ambizioni future. Cioè come vi vedete tra qualche anno. Presentate con calma ma con determinazione le vostre aspirazioni.
6) Se decidete di parlare di soldi fatelo dopo aver portato il vostro capo a convenire con voi sui vostri risultati positivi e sull’importanza del vostro lavoro. Sarà più naturale convincerlo sulla bontà delle vostre richieste. Così come per la formazione.
7) Comparate senza problemi il vostro salario con colleghi, concorrenti o con gli studi di mercato, ma senza dimenticare che il vostro capo propone ma non decide..
8 ) Non fatevi sfuggire la possibilità di discutere anche la qualità del rapporto e della relazione con lui. Spiegategli cosa vi aspettate.
9) Affrontate il tema del modello di gestione, della qualità della comunicazione e dei carichi di lavoro privilegiando sempre i fatti rispetto alle opinioni o i “sentito dire”.
10) Se ci sono problemi di relazione, affrontate, sempre con precauzione, eventuali aspetti legati al suo comportamento.
11) Sottolineate i vostri eventuali impegni straordinari realizzati non per lamentarvi ma per sottolineare la vostra ambizione e disponibilità. Il messaggio da far passare è semplice: ” pur non essendo compito mio l’ho fatto volentieri e ho prodotto risultati..”
12) Chiedete che vi vengano messi a disposizione i mezzi e le risorse necessarie per realizzare i vostri obiettivi. Non solo per averli a disposizione ma anche per sottolineare il vostro impegno nonostante l’insufficienza degli stessi. E il vostro merito nel caso arrivaste comunque a raggiungerli.
13) E’ sempre apprezzato il collaboratore che fa proposte o suggerisce idee. Fatelo lasciando al vostro capo la decisione sulla loro praticabilità.
14) Esplicitate cosa amereste fare e chiedete cosa l’azienda vi offre in termini di opportunità e formazione
15) Evitate giudizi sui colleghi. Piuttosto che dire:”non mi trovo bene con Tizio” è meglio dire al proprio capo:” ho avuto problemi con Tizio su quel lavoro e per questo motivo”. Fatti mai opinioni.
16) Se vi sentite sottoutilizzati, affrontate con diplomazia questa discussione. Non è facile dire al proprio capo che non si ha abbastanza lavoro. Incuriositelo proponendogli di misurarvi su altri lavori.

Buona fortuna!

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