Management e Knowledge Workers

Negli ultimi anni l’intera società occidentale ha subito un importante cambiamento e purtroppo molti manager e imprenditori (e ad onor del vero anche molti lavoratori) non lo hanno ancora realizzato.
Fino a qualche decina di anni fa il lavoratore tipico era l’operaio, il contadino, l’artigiano: in sostanza persone che valevano principalmente per le loro capacità di lavoro fisico. Nel tempo, con l’informatizzazione del lavoro, ci si è sempre più spostati verso ruoli impiegatizi per arrivare, proprio ora, in questi anni, ad avere come maggioranza quelli che vengono chiamati i knowledge workers, lavoratori cioè che valgono per le conoscenze (e quindi le capacità produttive) che hanno. Di fatto sono la nuova classe operaia, dato che l’offerta di knowledge worker è attualmente la maggiore nel mercato del lavoro ed in buona parte inflazionata.

Tuttavia il mondo del lavoro non è ancora preparato a questa tipologia di lavoratori, la cultura dominante del management è spesso ancora legata al modello industriale produttivo e non alla società della conoscenza.

Gestire il lavoro manuale ha un rapporto diretto con la produttività, il lavoratore non è chiamato a creare nulla, anzi è chiamato ad eseguire alla perfezione la medesima attività. Uno stile di management impositivo, normalmente più rapido e che non richiede riconoscimenti particolari al lavoratore, è sempre stato sufficiente a garantire la produttività e quindi la sopravvivenza dell’azienda.

Gestire un knowledge worker è tutt’altra questione: la sua produttività non è data dalla esecuzione continua della stessa attività, anzi spesso è chiamato a “metterci del suo”, creare in qualche modo il risultato del proprio lavoro. Questo cambia completamente lo stile di gestione: il modello impositivo non funziona più, la creatività non si può ottenere per imposizione e ci si è quindi spostati verso un modello più motivazionale, cioè basato sullo stimolo, sul convincimento della persona.
Tale modello è stato finora legato, quasi come un’eguaglianza, al risultato economico, avendo in mente un modello di società a crescita infinita. Il risultato economico era raggiungibile e quindi motivante.

La nuova società che si sta creando ha distrutto l’idea di società a crescita infinita mandando di conseguenza in crisi il modello motivazionale basato sull’incentivo economico: il risultato è sempre più difficile da raggiungere e l’incentivo più esiguo, ne consegue che spesso il knowledge worker non lo considera più motivante, perdendo quindi la spinta al risultato e di conseguenza la produttività.

Imprenditori e manager sono però impreparati a questo nuovo scenario: loro stessi sono spesso legati a modelli esclusivamente basati sulla crescita e a incentivi legati principalmente al lato economico. Quello che invece comincia ad essere richiesto è un modello basato sul benessere (o Work-Life Balance), in cui il lato economico è importante quanto il benessere di vita del lavoratore.
Il famoso modello di lavoro “per obiettivi” si presenta come ideale quindi, se non fosse che spesso gli obiettivi ricadono nel modello obsoleto di crescita economica pura o il management non è in grado di offrire l’effettiva libertà al lavoratore di gestirsi valutandolo solo in sede di obiettivi.
A onor del vero spesso anche il lavoratore non è ancora preparato a offrirsi come detentore di conoscenza, legando la propria attività ai risultati condivisi piuttosto che alla sicurezza del posto fisso e gli incentivi derivanti. Certamente la mancanza di visione comune sugli obiettivi attesi e raggiungibili non favorisce questo avvicinamento.

Credo che questa nuova normalità ci obbligherà sempre più ad affrontare questo nuovo stile di gestione dei lavoratori e le aziende che riusciranno a cogliere la sfida della nuova economia saranno quelle che maggiormente riusciranno a mettere a punto un modello di management più adeguato ai knowledge worker post capitalismo.

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